Capitolo 3 – La soglia della foresta
La calla si fece stretta, il Canal Grande era ormai alle mie spalle. Il suono del corno svanì, inghiottito da un fruscio metallico, come di lame sottili che si sfiorano.
Davanti a me si apriva Foresta II.
Non c’erano tronchi, non c’erano foglie. Solo aste sottilissime di acciaio che si innalzavano dritte, alcune sormontate da placche quadrate traforate come maglie d’ombra. Il pavimento era ancora d’acqua, ma l’acqua sembrava trattenere il respiro, liscia come vetro.
Camminare lì era come infilarsi in una partitura verticale: ogni filo vibrava al mio passaggio, e il suono non era vento, ma un eco di percussioni leggere, fatte di ombra e aria.
Un passo, e la luce cambiò.
La Venezia di mattoni e riflessi si dissolveva dietro di me, e davanti si stendeva un cielo che non apparteneva più a nessun orologio: la notte stava nascendo, ma non di quelle che conosci. Una notte fatta a strisce di blu, arancio e porpora, come se qualcuno avesse dipinto l’aria e poi l’avesse piegata in pieghe verticali.
Fu lì che incontrai Notte Africana.
Era un portale, due steli d’ottone altissimi, coronati da dischi traforati. Tra di loro pendevano strisce di carta dipinta: rossi e gialli accesi, blu profondi, colori che ondeggiavano al minimo respiro d’aria, proiettando sull’acqua ombre che sembravano tessuti tribali.
“Ogni notte ha il suo vento,” mi disse, senza voce, ma con un movimento impercettibile. “E questo vento porta memorie di terre lontane.”
Attraversai.
Il rumore dell’acqua cambiò ancora: ora era più ampio, più disteso, come un mare che si allunga in orizzonti lontani. Sul filo dell’acqua, apparve un altro incontro: Clair de Lune.
Sospeso, leggero, con aste che reggevano dischi come lune sottili, alcune d’oro, altre trasparenti, e tra di loro piccole catene che pendevano come ponti fragili. Il tutto era illuminato da un chiarore lattiginoso che non capivo da dove provenisse.
“Non temere,” disse la luna più grande, “qui la notte è luce travestita. Nulla va perso, tutto cambia forma.”
Mi resi conto che stavo camminando non in un percorso, ma in un’armonia. Ogni opera era una nota lunga, un accordo sospeso, e io ero dentro la musica.
Eppure, più avanzavo, più capivo che questa musica mi stava portando da qualche parte. Non verso un finale, ma verso un incontro.
All’orizzonte, stagliata contro un cielo fatto di ottone e seta, una figura alta e sottile reggeva qualcosa tra le mani: sembrava un arco, o forse uno strumento. E accanto, una sagoma felina, ferma, dorata, che mi osservava con occhi che non potevo vedere ma sentivo.
La Leonessa e il Suonatore di Flauto.

