Capitolo 2 – Gli abitanti del Canal Grande
La corrente mi prese appena messo piede nel varco, non acqua vera, ma un flusso d’aria che sapeva di mare aperto e di metallo scaldato dal sole. I palazzi di mattoni si fecero da parte come se sapessero che ero atteso.
Fu allora che lo vidi.
In equilibrio su un filo sottile, con le zampe invisibili e un corpo fatto di ottone che catturava ogni stilla di luce, L’Uccello Profeta mi fissava. Le sue ali non si muovevano, ma lo sentivo vibrare dentro, come se contenesse un canto pronto a scoppiare.
“Benvenuto,” disse senza aprire il becco. “Qui non si guarda, si ascolta.”
Poi alzò il capo, e da qualche parte, lontano ma non troppo, un suono di campana forestale rispose.
Seguii il richiamo fino a un piccolo giardino sospeso. Non c’erano piante vere, ma steli d’ottone che portavano al posto dei fiori dischi dorati e ovali dipinti con volti che mi osservavano. Era La Belle Jardinière: una donna senza volto proprio, ma con mille visi da mostrare. Portava un grembiule fatto di fili sottili, e li muoveva piano, come chi tocca le foglie per misurarne la salute.
“Coltivo vento e ombra,” disse, “perché qui i colori crescono meglio nel silenzio.”
E accennò un gesto verso il Canal Grande, dove le facciate si tingevano di rosso, blu e oro, come se davvero il cielo stesse maturando un tramonto per me.
Più avanti, il suono si fece più profondo, rotondo, quasi animale. Sul bordo di un canale ombroso apparve Il Suono del Corno nella Foresta. Non era un uomo, non era un animale: era un soffio in forma di scultura, un arco di ottone teso come un fiato trattenuto. Ogni volta che la brezza passava, il suo corno invisibile emetteva un tono grave, che faceva tremare l’acqua e piegava i riflessi dei palazzi.
“Segui il suono, e troverai la strada,” disse, “ma se ti fermi troppo a lungo, diventerai eco.”
In quel momento capii che quella Venezia non era un luogo, era una partitura.
Melotti l’aveva composta come si compone musica: il Canal Grande era il pentagramma, e gli abitanti — l’Uccello, la Giardiniera, il Corno — erano note sospese, in attesa di un orecchio disposto a sentirle.
Ogni passo che facevo cambiava la melodia: un’ombra si spostava, un disco d’ottone ruotava, il riflesso di una finestra si accendeva.
Continuai a camminare, attratto da una vibrazione più leggera, quasi un bisbiglio. Da lontano, tra due calli d’acqua, intravidi fili d’acciaio sottili che oscillavano, e figure minuscole che sembravano alberi e tende. Forse una foresta. O forse un altro dei mondi di Melotti, pronto a rivelarsi.

