Il vetro – 1. Il vetro

Capitolo 1 di 8

Devo chinarmi.

La sala è tenuta in penombra, perché la luce forte mangia la carta, e per vedere qualcosa devo avvicinare la faccia al vetro come si fa davanti alla vetrina di una gioielleria. O a una culla. Il movimento che voleva incendiare i musei sta qui dentro, al buio, e io per guardarlo devo rallentare, fermarmi, quasi trattenere il fiato.

C’è qualcosa di comico in questa faccenda, e non credo che l’abbia messo in conto nessuno. Il futurismo — motori, velocità, schiaffi al passato, noi vogliamo demolire i musei — conservato in un gabinetto di disegni e stampe a temperatura controllata, insieme ad altri trentanovemila fogli schedati uno per uno.

Il quadro finito è a New York. Due metri per tre, la gente ci passa davanti a migliaia ogni giorno, lo fotografa, va avanti. Questo che ho davanti è quello che è venuto prima: il pensiero, non l’opera. La cosa che nessuno doveva vedere.

Fuori è agosto.

Il vetro – 2. La luce spezzata

Capitolo 2 di 8

Hai diciannove anni e sei appena arrivato a Roma dalla provincia, come tutti quelli che arrivano a Roma. Entri nello studio di un pittore che ne ha trenta e ti insegna una cosa che all’inizio sembra soltanto un trucco da bottega.

Il colore non si mescola. Si spezza.

Lo posi a punti, uno accanto all’altro, verde vicino a rosso, giallo vicino a viola, e non tocca a te ricomporlo: è l’occhio di chi guarda che fa il lavoro al posto tuo. Tu prepari la materia. Il senso lo fa l’altro. C’è dentro tutta una filosofia, ma nessuno dei due la chiama così — è solo il mestiere, e va imparato stando chini sul cavalletto per ore.

C’è un altro ragazzo con te a imparare, si chiama Gino Severini.

Il pittore che vi insegna è nato a Torino e se n’è andato a ventiquattro anni. Poche settimane all’Accademia Albertina, il tempo di capire che non gli serviva, e poi il treno per Roma. Si chiama Giacomo Balla, e in questo momento della storia è semplicemente un professionista bravo che sbarca il lunario con i ritratti.

Non ha la più pallida idea di cosa vi stia consegnando. Nessuno che insegna lo sa mai. Crede di passare un mestiere e sta passando un’arma, e quell’arma servirà — nel giro di nove anni — a rendere vecchio tutto quello che lui è.

Il vetro – 3. La firma

Capitolo 3 di 8

Undici aprile 1910, Milano. Esce il Manifesto tecnico della pittura futurista, stampato su una rivista che si chiama Poesia, e lo firmate in cinque: tu, Carrà, Russolo, Severini. E Balla.

Balla lo firma da Roma. Da lontano. Non era nella stanza dove è stato scritto, non ha discusso le virgole, non ha alzato la voce con nessuno. Mette la firma su un testo che gli è arrivato già fatto, come si firma la cambiale di un amico di cui ci si fida.

C’è una cosa di quel foglio stampato che nelle scuole non si dice, e che invece è il cuore di tutto.

Un manifesto racconta quello che farete. Non quello che avete fatto.

In quel momento, di voi cinque, nessuno ha ancora dipinto un solo quadro futurista. Nemmeno uno. Nemmeno piccolo. Avete promesso il futuro a una rivista, avete detto al mondo intero come si dipingerà d’ora in avanti, e poi siete tornati a casa. E il giorno dopo qualcuno di voi si è svegliato con la paura addosso, quella paura precisa che conosce chiunque abbia mai promesso una cosa più grande di sé.

Adesso qualcuno deve andare a bottega e dimostrarlo.

Il vetro – 4. Il lavoro

Capitolo 4 di 8

Umberto Boccioni, <em>Studio per La citt&agrave; che sale</em>, tempera su carta, 1910

Umberto Boccioni, Studio per La città che sale, tempera su carta, 1910
Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra

Il primo sarà il tuo.

Un cantiere alla periferia di Milano, dove la città si mangia la campagna. E all’inizio quel quadro non si chiama nemmeno con il titolo glorioso che poi impareranno tutti a memoria: si chiama Il lavoro. Punto. Come la didascalia di una fotografia di giornale, come il cartello su una porta d’ufficio.

Diventerà La città che sale, e con quel nome finirà su ogni copertina di ogni manuale, e con quel nome starà a New York.

Ma prima c’è questo. Un foglio.

Ecco cos’è uno studio, e vale la pena dirlo perché ce lo dimentichiamo sempre: uno studio è il momento in cui l’artista non sa ancora se ce la farà. È il posto dove si può sbagliare. Dove si prova una cosa e la si abbandona, dove la mano corre e si ferma, dove non c’è nessun pubblico, nessun critico, nessun compagno di movimento che ti guarda per vedere se sei all’altezza dei proclami che avete firmato insieme.

Un manifesto è una promessa fatta in piazza. Uno studio è quello che fai da solo, di notte, per capire se la promessa la puoi mantenere.

Anche qui, chino su un foglio.

Il vetro – 5. I triangoli

Capitolo 5 di 8

Nell’estate del 1912 Giacomo Balla è in Germania.

Ha quarant’anni, una moglie, delle figlie, e un lavoro da fare: è ospite di una famiglia benestante a Düsseldorf e deve decorare una casa. Fregi, pareti, quel genere di cose che un pittore fa quando la pittura deve anche mantenere qualcuno. È lontano da Milano, lontano dalle serate futuriste dove il pubblico tira monete e verdure, lontano da voi che state costruendo il rumore.

E lì, su un blocco da appunti, con le matite colorate e un po’ di tempera, comincia a disegnare triangoli.

Solo triangoli. Rosso arancio giallo verde azzurro indaco violetto, uno accanto all’altro, incastrati, ribaltati, ripetuti pagina dopo pagina con la pazienza di un impiegato che ricopia registri. Nessuna città, nessun operaio, nessun tram, nessuna folla, niente che si possa chiamare per nome. Sta disegnando la luce da sola, senza le cose che la luce illumina. E non riesce a smettere: ne fa decine, poi decine ancora, e continuerà per due anni.

Guardali bene, questi triangoli, perché è una cosa sola con la stanza di Roma di undici anni prima. Là insegnava a due ragazzi che il colore si spezza in punti. Qui il colore lo spezza ancora — ma non c’è più niente da ricomporre. Non c’è più il volto della signora, non c’è più il prato, non c’è più il soggetto che aspetta di riemergere dai puntini. Resta la luce e basta.

Ha smontato il mestiere fino all’ultimo pezzo, e poi non l’ha rimontato.

In una lettera di quel luglio scrive dei riflessi iridati sull’acqua, di come davanti a certe cose tutto diventi, per la qualità della luce, “più misterioso e velato”.

Misterioso e velato. Nel 1912, mentre a Milano si scrive che bisogna spazzare via la malinconia e sputare ogni giorno sull’altare dell’arte.

Quest’uomo sapeva dipingere qualunque cosa. Ritratti che le signore di Roma si contendevano, luce vera, mestiere pieno, una mano che non sbagliava. E a quarant’anni si mette in una stanza tedesca a fare triangoli come un bambino ostinato, chino su un blocco da pochi soldi.

Ci vuole più coraggio a gridare in piazza, o a buttare via l’unica cosa che ti riesce meglio di tutti?