Melotti – Capitolo 4 – Il respiro e il passo

Capitolo 4 – Il respiro e il passo

Li vidi prima in controluce.
La figura di lei, solida, verticale, con una linea che partiva dai piedi e si allungava verso il cielo senza mai rompersi. Non aveva criniera, non aveva occhi né zampe, ma la sua immobilità diceva più di qualunque muscolo teso. L’ottone era oro scaldato, e rifletteva un bagliore che sembrava respirare.

Lui, il suonatore, era quasi il contrario: filiforme, inclinato, una linea curva che portava alla bocca un flauto invisibile. L’aria intorno a lui tremava appena, come quando una nota sottile attraversa lo spazio e tu non sei sicuro se la stai sentendo o solo immaginando.

“State aspettando me?” chiesi.
“Non noi,” rispose la leonessa, “ma ciò che porti con te.”
Non capii.
Il flautista allora abbassò lo strumento e mi guardò. “Hai attraversato il Canal Grande, la Foresta, la Notte. Ogni passo ha raccolto un frammento. Noi ascoltiamo se sei pronto a restituirli.”

Fu allora che mi accorsi di avere addosso qualcosa. Non un peso, ma una collezione di suoni e odori: il fruscio delle aste d’acciaio, l’odore di salsedine, il colore caldo dei dischi di luna, il richiamo grave del corno. Tutto era rimasto con me, come se il viaggio non fosse stato un attraversare, ma un raccogliere.

La leonessa fece un passo — un solo passo, lento — e l’acqua sotto di lei non si mosse.
“L’arte,” disse, “non vive nella forza, ma nella fermezza. Non nella velocità, ma nella durata.”
Il flautista, invece, soffiò una nota breve. “Eppure,” disse, “senza gioco non c’è creazione. Se tutto è peso, il filo si spezza.”

Capivo. Melotti parlava così: una parte di sé costruiva colonne, l’altra lanciava fili nell’aria. La tensione tra i due era il respiro stesso delle sue opere.

Dietro di loro, comparve qualcosa di più irregolare. Una sagoma buffa, con corna sottili e corpo rotondo, che sembrava oscillare con l’inerzia di un giocattolo: La Vacca Lunatica.
Aveva due occhi tondi che non guardavano mai nello stesso punto, e mi accolse con un muggito di ottone, che non sapeva se essere saluto o sfida.
“Attento a lei,” disse il flautista sorridendo, “ha il passo lieve ma la mente lontana. Seguila, e vedrai dove il gioco ti porta.”

La leonessa restò ferma a guardarmi andare via, come una sentinella che sa che il ritorno è inevitabile. La vacca, invece, partì di scatto, ondeggiando, e io la seguii, ridendo senza accorgermene.

Camminammo — o forse fluttuammo — fino a una radura d’acqua dove sostava un carro sottile, fatto di aste e cerchi, guidato da due figure che non riconobbi subito. Sul cartellino invisibile della memoria c’era scritto: Il Carro dei Rabdomanti.

“Cercano acqua?” chiesi.
“No,” rispose la vacca, “cercano senso. Ma ogni volta che lo trovano, lo lasciano andare. È così che continuano a viaggiare.”

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