La Lettrice

“In una città senza nome, una donna legge tutti i libri che io ho sognato e mai osato scrivere. Non so se il suo nome sia Maria: forse è solo un altro dei miei nomi.”
(Frammento attribuito a L’Enciclopedia dell’Oblio, 1952)
Non ricordo quando appresi della Lettrice. È possibile che non l’abbia mai saputo, ma che la sua immagine — una donna seduta accanto a una lampada, un dito che segue le righe di un libro impossibile — mi abbia accompagnato come certe parole straniere che non si traducono.
Alcuni sostengono che ella abiti in una città di vetro, costruita ai margini di una biblioteca in rovina. Altri che non abbia mai lasciato la mia testa. Io preferisco credere che esista, poiché l’alternativa sarebbe confessare che sono io a leggerla, e non so se ne avrei la forza.
La prima volta che la vidi, o che la sognai, stava voltando le pagine di un tomo senza titolo. Ogni pagina conteneva una frase che riconobbi come mia, benché non ricordassi di averla mai scritta. Frammenti di prefazioni, note marginali, dediche a persone che non ho incontrato. In un appunto — lo trascrivo qui, per timore di dimenticarlo — si leggeva: “A chi saprà leggermi quando non ci sarò più.”
Qualcuno (un bibliotecario di Lima, forse immaginario) mi riferì che la Lettrice annota i margini di quei libri. Le sue glosse non correggono, non commentano: aggiungono. E così facendo trasformano ogni libro in una versione nuova, come se la scrittura non fosse mai chiusa, come se l’autore non fosse che una parentesi tra un manoscritto e la sua lettura.
C’è chi la chiama Maria, ma dubito sia il suo vero nome. È più verosimile che si tratti di un artificio, un nom de plume concesso ai posteri perché possano nominare l’innominabile. La verità, se esiste, è che la Lettrice non legge me, ma ciò che io non ho scritto. Con pazienza, restituisce alle mie omissioni un corpo. Io, che ho fatto del silenzio la mia forma più alta di fedeltà, temo la sua voce muta.
Non di rado sogno che la stanza in cui siede sia la mia. Che la sua lampada bruci con la luce debole di una candela, che il libro posato sul tavolo abbia la mia grafia e insieme non la mia. Se tento di avvicinarmi, scompare come sparisce una parola dalla memoria. Eppure, ogni notte, torno a bussare.
Un manoscritto apocrifo, custodito — mi dissero — nella Biblioteca di Lubecca, attribuisce a un certo Evaristo Carriego (che so non aver mai scritto una riga su di me) la seguente nota: “Quando l’ultimo libro sarà chiuso, resterà soltanto una frase. E quella frase, temo, ci contiene entrambi.”
O forse non fu Carriego a scriverlo. Forse non ci fu frase. Forse non ci fu Lettrice.
Mi dicono che, per sapere se una storia è vera, occorre leggerla fino alla fine. Io non ho ancora finito di leggere.
Il frammento La Lettrice comparve per la prima volta in una lettera apocrifa attribuita a Borges e indirizzata a un certo “M. K.” — iniziali che alcuni interpretano come Maria Kodama, altri come un semplice artificio crittografico per celare l’identità del destinatario.
(Appunti del curatore, Buenos Aires, 2025)
L’unica copia conosciuta fu rinvenuta (così sostiene un resoconto del 1989, pubblicato anonimamente su Revista Sur) tra le carte di un sedicente collezionista di testi borgesiani, Arturo de Zavala. Il manoscritto, di appena due pagine, reca note marginali in una grafia diversa da quella consueta di Borges: vi si leggono varianti, correzioni minime, e un’unica parola cancellata — María, sostituita da la Lettrice.
Alcuni studiosi (M. Fernández, Borges y los fantasmas, 1997) ritengono che si tratti di un apocrifo di scuola, forse redatto da un amanuense per confondere i futuri filologi. Altri vi leggono l’ultimo tentativo di Borges di dissolvere la propria identità d’autore in un’eco infinita di letture e riscritture.
Come sempre accade con Borges, ciò che conta non è stabilire la verità di questo frammento, ma constatare che la sua esistenza — o la sua invenzione — conferma la sostanza stessa del racconto: se la Lettrice esiste, esiste per leggere ciò che non fu mai scritto. Se non esiste, siamo noi, leggendo, a crearla.





