La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp
ovvero il Cristo scorticato di Amsterdam
1. Il Ragazzo che rubò un cappotto
Rembrandt van Rijn, La lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632
Mauritshuis
Amsterdam, gennaio 1632. Il freddo pungente arriva dal Baltico, morde i canali, trasforma i cumuli di fango in lastre di ghiaccio grigio. Le mani rattrappite. I piedi non sentono più il terreno. Una corda, una forca, il collo che conosce già il nodo prima ancora che lo stringano.
Avevo un cappotto – non era mio, ma lo indossavo. Uno spesso, di lana, il colore della cenere. Qualcuno lo voleva indietro, lo cercò, mi trovò. La giustizia di Amsterdam non scherza con i furti. Non scherza con nessuno, ma soprattutto non con i poveri.
Impiccato il 31 gennaio 1632. No, aspetta – il 16 gennaio è quando arrivò il mio turno. O era il 31? Le date si confondono quando il freddo ti entra nella testa e la corda non lascia spazio ai pensieri. Lascia solo spazio al buio.
Ma quello che nessuno vi racconta – quello che il buio custodisce gelosamente – è che la mia morte non finì lì. Finì su un tavolo di legno, illuminato da candele, circondato da uomini in camice che parlavano olandese come se fossero dentro una chiesa. Uno di loro, un certo Tulp, aveva le mani lunghe, precise, e occhi che cercavano dentro di me quello che durante la vita avevo sempre tenuto celato.
Rembrandt era lì. Non lo sapevo allora. Un ragazzo più giovane di me, con una tavolozza in mano invece che una corda, che guardava il mio corpo come se fosse il soggetto più interessante che avesse mai visto. Aveva i capelli scuri, riccioluti e il modo di osservare di chi colleziona dettagli macabri.
Mi dissezionarono. Aprirono il mio braccio come un libro antico, cercando le parole scritte nei muscoli, nei tendini. La corda aveva fatto il suo lavoro – gambe pesanti, testa, una zucca svuotata – e loro mi aprivano ancora. Ancora il coltello. Ancora il freddo che ormai era dentro, parte di me.
Dicono che il mio corpo brillò. Rembrandt lo dipinse così: illuminato dal centro, splendente come un miracolo, come se fossi diventato Cristo solo per morire due volte. Una volta dal boia, una volta dal chirurgo.
Mi chiedo ancora se è stato un onore o un’ultima umiliazione. Forse tutti e due. Forse nessuno dei due ha importanza quando sei morto.
Quello che so è questo: il cappotto che avevo rubato mi costò la forca. Ma il mio cadavere – il mio cadavere è diventato immortale. Trenta centimetri di tela, olio, genio di un ragazzo che non sapeva che stava dipingendo un santo.
Rembrandt mi salvò. Mi uccise ancora e mi salvò.
Liberamente ispirato a Waldemar Januszczak
Fatti storici verificati [file:150]

