La Voce e l’Ombra – Cap.3

Vedere con le parole

“Vedi?” gli chiedevi.
E lui ti sorrideva, quasi divertito.
“Non letteralmente, María. Ma sì, vedo.”

Non era ironia. Non era neppure rassegnazione. Era, anzi, un modo nuovo di affermare la realtà. Perché tu, con la tua voce, gli restituivi il mondo. Le parole si facevano occhi. La tua lettura era una finestra aperta.

Leggevi per lui. Ogni giorno. Con quella voce giovane, decisa, a volte incerta nel suono delle consonanti inglesi, ma sempre più chiara, più limpida. E lui ascoltava, assorto.
E tu capivi: non leggevi a Borges. Leggevi con Borges. Le tue parole prendevano corpo nelle sue immagini. Le sue immagini diventavano tue.

Ti chiese di accompagnarlo a una conferenza. Era il 1967. Tu eri la sua guida. Letterale. Gli davi il braccio, gli raccontavi dove eravate, chi c’era, com’era la sala. Il mondo, per lui, era diventato una sinestesia: profumi, voci, suoni, e le tue parole.

Iniziasti a prendere appunti durante i suoi incontri. Annotavi ciò che diceva, ma anche come lo diceva. Una pausa, un’inflessione, un silenzio. Cominciavi a conoscerlo meglio di chiunque. Più di sua madre. Più di chi gli curava le edizioni. Più di chi gli insegnava le lingue straniere.

Quando lui inciampava in un termine, tu glielo sussurravi all’orecchio. Quando dimenticava un nome, tu lo pronunciavi piano, come un segreto tra voi due.

“Tu sei la mia memoria sonora,” ti disse un giorno. “La mia finestra sulla realtà.”

Ti veniva da piangere. Ma non lo facesti.

Cominciaste a lavorare insieme a una traduzione di Beowulf. Lui dettava, tu battevi a macchina. Le mani tremavano a volte, per l’emozione, per la responsabilità. Lui ascoltava il rumore dei tasti, e pareva riconoscere ogni parola attraverso quel suono meccanico.

Un giorno, mentre lavoravate, ti disse:

“Se potessi scegliere come vedere ancora, sceglierei i tuoi occhi.”

Tu fingesti di non capire. Continuasti a scrivere. Ma quella frase non si cancellò più.

Non c’era romanticismo, non ancora. Non c’era tenerezza espressa, non apertamente. Ma ogni gesto era ormai impregnato di un’intimità che nessun matrimonio avrebbe mai potuto garantire.

E la tua giovinezza, invece di allontanarlo, lo faceva sentire più vicino al tempo che non aveva più. Gli restituiva futuro. Gli dava forma.

Vedeva con le parole. Le tue.

E tu? Tu stavi imparando a vivere con il silenzio.

Il silenzio dopo le sue frasi. Il silenzio quando ti toccava appena la mano. Il silenzio delle pause in cui non ti diceva che ti voleva bene, ma in cui lo sentivi lo stesso.

E quel silenzio, per te, era già tutto.


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