I viaggi dell’irrealtà
Viaggiare con un cieco non è viaggiare. È riscrivere la geografia. Ridisegnare il mondo col tatto e col suono. È raccontare ogni dettaglio, ogni passante, ogni balcone, come fosse un poema.
E così cominciaste a viaggiare. Prima in Argentina, poi oltre. Parigi, Ginevra, Reykjavik, Kyoto. E ogni città diventava un’invenzione.
Perché tu gliela raccontavi. E lui la creava.
In Islanda si emozionò. Voleva toccare le rocce vulcaniche, sentire il vento dei fiordi. Diceva: “Qui camminò Sigurd, o qualcuno che l’ha sognato.” Gli descrivesti le case coi tetti d’erba, le pietre nere, le pecore con occhi da disegno infantile. E lui rideva. Diceva: “È come un sogno raccontato da un bambino.”
In Giappone camminavate nei templi. Lì parlavate poco. Le parole cedevano al silenzio. Ti chiedeva: “Com’è il giardino?” E tu rispondevi: “Una mappa di pietre. Tre linee di sabbia rastrellata. Un albero curvo come un ideogramma.”
E lui chiudeva gli occhi, anche se erano già chiusi da anni.
“M’hai fatto vedere tutto,” ti diceva.
Una sera, in un hotel a Kyoto, mentre gli leggevi Il Libro del tè, lui si addormentò con la testa reclinata verso di te. Non osasti muoverti. Rimanesti immobile, come chi ha in grembo una reliquia.
E pensasti: “Questo è amore?”
Non rispondesti.
Continuaste a viaggiare. Ginevra lo commuoveva. Diceva: “Qui, dove morì Calvin, io voglio essere sepolto.” E tu lo ascoltavi, senza domande. Senza opposizioni. Sapevi già che sarebbe andata così.
In ogni città lui cercava una biblioteca. Tu lo accompagnavi. Lo lasciavi toccare le coste dei libri, sentire l’odore della carta. Ti facevi leggere negli occhi. Ti chiedevi: “Chi altro lo vede, così come lo vedo io?”
Ma nessuno rispondeva.
Un giorno, mentre passavate su un ponte a Edimburgo, lui ti disse:
“María, sai perché viaggio con te? Perché mi riporti a casa. Anche se siamo lontani.”
E tu, stringendogli il braccio, capisti che casa non era un luogo. Era la tua voce. Il tuo passo. La tua pazienza.
Il mondo intorno a voi cambiava. Ma voi due, camminando fianco a fianco, cieco e guida, eravate l’unica realtà che aveva senso.
Nel caos delle lingue, dei fusi orari, delle valigie, delle prenotazioni sbagliate, c’era una costante: tu leggevi per lui. Ogni sera. Come un rito.
Una volta gli chiedesti: “Non ti stanchi mai di sentirmi leggere?”
E lui, con la solita dolcezza, rispose:
“Non ti ho mai sentita leggere, María. Ti ho sempre sentita cantare.”
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