Capitolo 2 – La mappa e il labirinto
Ci sono incontri che non finiscono mai davvero. Restano sotto pelle, come una mappa invisibile disegnata tra i solchi della memoria. Quella biblioteca non era solo scaffali e silenzi. Era diventata un luogo sacro, un labirinto dal quale non volevi più uscire.
Erano passati alcuni anni da quel primo giorno. Tu eri cresciuta, María, ma ancora portavi con te quell’eco. L’eco della sua voce, il modo in cui diceva “Sigurd”, come se le parole gli uscissero non dalla bocca ma da una memoria sepolta nel tempo.
Lo rincontrasti, sì. Questa volta non per caso. Lo cercasti.
Un corso all’università. Lingua e letteratura anglosassone. Cattedra di Jorge Luis Borges. Ti sedesti in fondo all’aula, come chi vuole vedere senza essere vista. E lui – cieco da anni – sembrava guardarti comunque. Parlava del Beowulf, dei versi runici, dei sogni che sono reali più della realtà.
Diceva:
“Il mondo non è altro che una metafora mal riuscita.”
E tu, in silenzio, prendevi appunti. Non solo sulle sue parole, ma sui suoi gesti. Il modo in cui accarezzava il bordo del leggio. Come piegava il capo quando ascoltava una domanda. Come sorrideva alle risposte sbagliate.
Finita la lezione, aspettasti che tutti uscissero. Ti avvicinasti.
“Professore… mi chiamo María Kodama. Ci siamo incontrati anni fa. In biblioteca.”
Un attimo di silenzio. Poi il suo viso si distese.
“La ragazza della Volsunga Saga?”
Tu annuisti. Ma lui non poteva vederti. Allora aggiungesti: “Sì, ero io.”
Fece un passo indietro, come se volesse contenere l’emozione. Poi disse:
“Allora non sei sparita nel labirinto. Sei tornata.”
Da quel giorno cominciò una nuova mappa. Non una relazione, non ancora. Ma un percorso.
Tu gli portavi libri, lui ti chiedeva di leggerli ad alta voce. Ti parlava in inglese, in tedesco, a volte in islandese. Tu rispondevi, a tratti esitante, ma sempre più decisa. Vi incontravate in aule deserte, in corridoi sussurrati, in biblioteche dove i libri sembravano trattenere il fiato per ascoltarvi.
Parlavate di letteratura, ma anche di sogni. Di realtà, ma anche di illusioni. Di Dio, del tempo, della morte. Temi enormi, certo. Ma in mezzo c’erano i dettagli: un caffè bevuto lentamente, un fazzoletto offerto, una risata condivisa.
E ogni volta che lui si perdeva nel discorso, ti diceva:
“María, riportami indietro. Fammi strada.”
E tu, piano, lo riportavi. Non solo nel discorso. Ma nel mondo.
Non era amore. Non ancora. Ma nemmeno amicizia.
Era qualcosa che si muoveva in mezzo, come un filo d’oro tra due punti lontani.
Un filo sottile. Che nessuno vedeva. Ma che nessuno avrebbe più potuto spezzare.
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