La Voce e l’Ombra – Cap.1

Capitolo 1 – La biblioteca del silenzio

Avevi quattordici anni, María, e i capelli raccolti in due trecce che sembravano trattenere non solo i capelli ma tutte le parole che ancora non osavi dire. L’aria di Buenos Aires era impolverata, come se la città non avesse mai smesso di leggere. Le strade respiravano un silenzio lieve, quello di chi ha sempre un libro in tasca e una domanda a cui non serve risposta.

Era il 1953. Tu cercavi qualcosa, non sapevi bene cosa. Una biblioteca, forse. Un nome difficile da pronunciare: Volsunga Saga. Avevi letto in qualche rivista di questa leggenda nordica, una storia di draghi, spade, fratelli, profezie. Ti avevano detto: “Vai alla Biblioteca Nacional, là sanno tutto.” E ci sei andata.

Non immaginavi che dentro quella biblioteca avresti trovato non solo il libro, ma l’uomo che ti avrebbe raccontato il mondo intero. Non sapevi che le saghe nordiche ti avrebbero condotta da lui, il cieco che vedeva tutto. Borges.

Quando lo incontrasti la prima volta, stava in piedi, un po’ incerto, come chi cerca un punto d’appoggio tra il reale e il ricordo. Ti fissò – o almeno così ti parve – ma gli occhi non si muovevano davvero. Erano fermi, opachi, come due specchi che riflettevano solo verso l’interno.

“Posso aiutarla?” ti disse.

La sua voce era calma, delicata, con quel tono che si usa con chi si ama già. E tu – timida, come chi ha paura di disturbare – gli dicesti il nome del libro. Lui sorrise. E lì, tra quegli scaffali di legno scuro e libri impolverati, qualcosa accadde.

“Ah, la Volsunga Saga. Magnifica. L’originale è in norreno, ma abbiamo una traduzione inglese del diciannovesimo secolo. Vieni, te la mostro.”

Non era più “lei”, era già “tu”.

Lui camminava piano, sfiorando i bordi degli scaffali con la mano aperta, come se ogni libro potesse parlare se lo accarezzavi nel punto giusto. Tu lo seguivi, stupita che quell’uomo sapesse di saghe islandesi e draghi, mentre in casa tua ancora si discuteva se leggere romanzi fosse “da donne”.

Vi sedeste. Lui aprì il libro. Ti chiese di leggere. E tu – con la voce che tremava – cominciasti.

E in quel momento accadde la magia.

Ogni parola che usciva dalla tua bocca sembrava accendersi nel suo volto. Non vedeva, ma tu avevi la sensazione che osservasse tutto: la sala, le finestre, il tuo volto. Ti correggeva la pronuncia di certe parole, ma con una tenerezza che non giudicava.

“Si dice Sigurd, non Sigùrd. È come se stessi pronunciando un nome che conoscevi già.”

Non capisti subito cosa volesse dire, ma annuisti. E lui continuò a spiegarti la saga, a raccontarti la mitologia, a parlarti di Odino, del Fato, dei Nibelunghi. E tu lo ascoltavi come si ascolta una musica che non sai suonare ma che ti abita.

Quando uscisti dalla biblioteca, le parole ti giravano in testa come farfalle ubriache di luce. Non era successo niente, eppure era successo tutto. Avevi incontrato un uomo cieco, e per la prima volta nella tua vita ti eri sentita vista.

Avevi trovato un libro. E avevi trovato la tua voce. Quella che avrebbe accompagnato un uomo per tutta la sua vita, e che lui avrebbe chiamato – più avanti – “la mia luce”.


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