Melotti – Capitolo 1 – La notte del Canal Grande

Capitolo 1 – La notte del Canal Grande

Non c’era custode, non c’era voce, non c’era orologio. La GAM dormiva come una nave ormeggiata in porto, e io mi ero infilato dentro senza sapere bene perché. Forse per cercare il silenzio, forse per sentire i quadri respirare. Ma quello che trovai non era un quadro: erano mattoni.
No, non mattoni qualunque. Erano impilati, scavati, bucati, come casette a più piani, con antenne di filo di ferro e finestrelle cieche. Una fila intera, dal più basso al più alto, con colori che andavano dal rosa terroso al grigio salmastro. E un cartellino, scritto sobrio: Canal Grande a Venezia.

E lì successe.

All’inizio pensai fosse un gioco di luci: un riflesso sul metallo, una vibrazione d’aria. Ma no. Era l’acqua. L’acqua che scorreva tra i mattoni. Non vera, eppure vera: la sentivo lambire le caviglie. L’odore di salsedine, la risacca leggera, il rumore pieno delle gondole che passano.
E poi, da qualche parte, un colpo di campana. Non di bronzo: d’ottone. Un suono lungo, pulito, come un respiro tenuto troppo a lungo.

I blocchi di cemento si raddrizzarono appena, allungandosi verso l’alto. Gli elementi metallici, prima inerti, cominciarono a vibrare, mandando scintille. In cima a una torretta di mattoni crudi, due antenne filiformi si mossero come corni d’insetto. Un pezzo di rete metallica si aprì come un ventaglio, lasciando passare una luce calda, da tramonto lagunare.

Ero in piedi davanti a una Venezia che non era Venezia, eppure ne aveva il cuore. I palazzi non si specchiavano nell’acqua: ci affondavano dentro, come radici.
Le finestre erano vuote, ma non silenziose. Ogni apertura lasciava uscire un suono: un’arpa lontana, una risata di donna, il colpo secco di un remo sull’acqua. Una città viva, ma fatta di aria e di vuoto.

“Non sei venuto per guardare,” disse una voce sottile, forse di ferro, forse di vento.
“E allora perché?” chiesi, senza stupirmi di parlare a un mucchio di mattoni.
“Per navigare. Qui si viaggia senza muoversi. Sali.”

Davanti a me si aprì un piccolo varco tra due blocchi rossi. Ci infilai il piede, e l’aria cambiò sapore. Più salata, più viva. Alle mie spalle la sala della mostra era già sparita. Davanti, solo il Canal Grande, lucente di una luce che non poteva venire da lampioni né da luna. Una luce che sembrava costruita con lo stesso ottone che teneva insieme quelle case.

E capii che Melotti non aveva copiato Venezia: l’aveva distillata. Aveva preso l’acqua, il vento, le pietre e le voci, e li aveva fatti stare fermi, sospesi, pronti a muoversi appena qualcuno decidesse di crederci.

Mi voltai indietro, ma ormai era troppo tardi per tornare.

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Melotti – 1_Prologo

Prologo – La porta socchiusa

Non avevo nessun motivo per essere lì, eppure c’ero.
Era una sera di novembre, l’aria di Torino aveva quel freddo asciutto che sa di metallo e nebbia lontana. Tornavo a casa dopo una cena troppo lunga, una di quelle in cui si parla molto e non si dice niente. Ero stanco delle parole vuote, di frasi che si appoggiano al tavolo come bicchieri già svuotati.

Passando davanti alla GAM, vidi la luce.
Non tutta accesa, solo una lama sottile che filtrava da una porta laterale. Era come se l’edificio respirasse piano, per non farsi sentire. Non so perché mi avvicinai. Forse perché conoscevo la mostra — Lasciatemi divertire — e il nome di Fausto Melotti mi era rimasto attaccato da un pomeriggio d’estate in cui avevo visto, in una vetrina, una sua scultura minuscola, un filo d’ottone che sembrava raccontare più storie di un romanzo intero.

La porta non era chiusa.
Potevo bussare, ma non lo feci. Potevo andarmene, ma la città fuori mi sembrava improvvisamente troppo piatta, e dentro… dentro c’era un buio che prometteva qualcosa.

Entrai.
Nessun passo di guardia, nessun rumore di scale. Solo il suono dei miei tacchi sul pavimento e l’odore inconfondibile di un museo chiuso: un misto di polvere, cera, metallo e silenzio.
Le sale si susseguivano come stanze di un sogno, finché arrivai davanti a un insieme di mattoni e fili d’ottone. Un cartellino sobrio diceva: Canal Grande a Venezia.

Ed è lì che la notte cambiò.

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Desiderio inibito ovvero Sunlight in a cafeteria – E.Hopper, 1958

Aspettava un appuntamento ricorrente
Lo aspettava
Come si aspetta un’oasi nel deserto
Come un punto di ripartenza
Dove fermarsi
Per ritrovare un senso alle cose
Credeva fosse ricorrente
Era capitato due volte
Era diventato ricorrente… nella sua mente
Nella sua sola mente
E in quel cuore che stentava a battere
Aspettava con aria idiota


Lo sguardo fisso altrove
Tra loro un muro
Immaginò nei suoi occhi la disperazione di non poterlo abbattere
Forse era solo il riflesso dei propri
Impossibile avvicinarsi
Senza distruggere ogni equilibrio
Senza distruggere la propria vita
E la sua
E quella di tutti quelli intorno a loro
La sfiorava con lo sguardo
L’accarezzava col sorriso
L’abbracciava con la voce


Cosa c’era di sbagliato in quel desiderio?
Perché era nato?
Come lo poteva negare?


Se voleva ancora trovare un po’ di serenità doveva mettere fine a tutto
Non doveva coltivarlo
Pensarci


Ancora
La lasciò andare
E si accasciò nei suoi pensieri

Mi interessa la luce ovvero Intro a E.Hopper

Mi interessa la luce

L’accarezzo e m’accarezza
Mi lascio cullare dal suo colore
Che non è un colore
Perché è il colore di chi incontra 
È il bianco della casa di legno
il marrone del tetto
Il verde dell’albero che le sta di fronte
Il giallo di grano che al vento si inclina


Dà loro vita
A loro si adatta
Ne scopre la forma
Il contorno 
Il confine
Ecco, ogni pezzo a sè
Distinto
Separato
Solo

Entra indifferente
Di finestra in finestra
Su cristallizzati corpi
Che guardano assenti 
Nella solitudine d’una stanza d’albergo 
Nella routine di un ufficio 
e del suo ordinato schedario
Nella apatia di un dopocena 
d’una passione finita 
d’un amore passato


Di un tempo che è fermo
Nell’attimo eterno
D’uno sguardo perso 
nel vuoto infinito