Melotti – 1_Prologo

Prologo – La porta socchiusa

Non avevo nessun motivo per essere lì, eppure c’ero.
Era una sera di novembre, l’aria di Torino aveva quel freddo asciutto che sa di metallo e nebbia lontana. Tornavo a casa dopo una cena troppo lunga, una di quelle in cui si parla molto e non si dice niente. Ero stanco delle parole vuote, di frasi che si appoggiano al tavolo come bicchieri già svuotati.

Passando davanti alla GAM, vidi la luce.
Non tutta accesa, solo una lama sottile che filtrava da una porta laterale. Era come se l’edificio respirasse piano, per non farsi sentire. Non so perché mi avvicinai. Forse perché conoscevo la mostra — Lasciatemi divertire — e il nome di Fausto Melotti mi era rimasto attaccato da un pomeriggio d’estate in cui avevo visto, in una vetrina, una sua scultura minuscola, un filo d’ottone che sembrava raccontare più storie di un romanzo intero.

La porta non era chiusa.
Potevo bussare, ma non lo feci. Potevo andarmene, ma la città fuori mi sembrava improvvisamente troppo piatta, e dentro… dentro c’era un buio che prometteva qualcosa.

Entrai.
Nessun passo di guardia, nessun rumore di scale. Solo il suono dei miei tacchi sul pavimento e l’odore inconfondibile di un museo chiuso: un misto di polvere, cera, metallo e silenzio.
Le sale si susseguivano come stanze di un sogno, finché arrivai davanti a un insieme di mattoni e fili d’ottone. Un cartellino sobrio diceva: Canal Grande a Venezia.

Ed è lì che la notte cambiò.

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