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La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp

ovvero il Cristo scorticato di Amsterdam

3. Tulp, il tulipano arrivista

Nicolaes Tulp ritratto

Nicolaes Eliaszoon Pickenoy, Ritratto di Nicolaes Tulp, XVII secolo
Wikimedia Commons – Public Domain

Si chiamava Claes Pietersz. “Figlio di Pietro”, un nome come tanti, ordinario, che sapeva di mercante e bottega, di panni umidi stesi al sole, di fiorini contati due volte prima di spenderli. Ma Claes voleva di più. Molto di più.

Così, intorno al 1621 – quando i tulipani impazzavano ad Amsterdam, quando un bulbo poteva valere quanto una casa sul canale, quando il fiore diventava ossessione, investimento, delirio collettivo – Claes decise di cambiarsi il nome.

Si fece chiamare Nicolaes Tulp. Tulp: tulipano.

Non uno scherzo, non un vezzo. Una dichiarazione. Nel 1616 aveva già chiamato la sua casa “De Tulp” – la Casa del Tulipano – e quando nel 1622 fu eletto consigliere comunale di Amsterdam, scelse come stemma araldico un tulipano rosso fiammeggiante, varietà Rosen, petali che sembravano lingue di fuoco. Voleva che tutti lo sapessero: lui non era più il figlio di Pietro, mercante anonimo. Lui era il Tulipano, il fiore più prezioso, il simbolo della ricchezza nuova che esplodeva nella Repubblica delle Provincie Unite.

Però, che faccia tosta!

Perché Tulp – il dottor Tulp, medico, chirurgo, praelector anatomiae della Gilda dei Chirurghi dal 1628 – non era un genio. Era bravo, sì. Competente. Scoprì la valvola ileocecale, quella piega tra intestino tenue e crasso che ancora oggi porta il suo nome: “valvola di Tulp”. Descrisse l’emicrania con precisione, mise in guardia contro il tabacco (intuì che distruggeva i polmoni), capì l’effetto placebo prima che avesse un nome. Ma soprattutto era un maestro di scena, un uomo che sapeva dove mettere le mani – letteralmente e metaforicamente.

Amsterdam cresceva come un mostro d’acqua e mattoni: da 30.000 abitanti nel 1580 a 210.000 nel 1650. Canali nuovi, case nuove, soldi nuovi. La Compagnia delle Indie Orientali aveva aperto rotte commerciali con l’Est, spezie e erbe arrivavano a tonnellate, sessantasei farmacisti contavano fiorini mentre vendevano rimedi inutili contro la peste. Tulp, ispettore delle farmacie, si scandalizzava per i prezzi esorbitanti – medicina da ciarlatani, diceva – ma intanto la sua carriera correva veloce come una chiatta sul canale.

Nel 1628 fu nominato praelector, l’uomo che ogni inverno dissezionava pubblicamente il cadavere del giustiziato. Un lavoro prestigioso, visibile, che lo metteva al centro della città colta. Nel 1654 divenne sindaco di Amsterdam – la prima volta. Poi una seconda, una terza, una quarta. Quattro mandati. Tesoriere della città per ventisette anni, curatore dell’Athenaeum (la scuola superiore), giudice, tutore dell’orfanotrofio. Un curriculum da far impallidire chiunque. Ma come ci era arrivato? Con il talento o con le connessioni? Con il bisturi o con il colletto inamidato?

La verità è che Tulp era un politico travestito da medico. O forse un medico che aveva capito che la politica era il vero teatro anatomico, quello dove si sezionavano alleanze, favori, promesse. Nel 1655 fece sposare sua figlia Margaretha a Jan Six, futuro sindaco anche lui. Suo figlio Dirck sposò Anna Burgh, figlia di un altro sindaco. Matrimoni strategici, famiglie intrecciate come viscere sul tavolo di legno.

E il ritratto? Ah, il ritratto.

Nel gennaio 1632, quando Rembrandt – ventisei anni, occhi affamati, già famoso a Leiden ma ancora da conquistare Amsterdam – ricevette la commissione dalla Gilda dei Chirurghi, Tulp aveva trentanove anni. Era l’occasione perfetta: un quadro di gruppo, lui al centro, i colleghi paganti attorno, il cadavere come pretesto. Non una lezione di anatomia. Una santificazione dipinta. Un manifesto politico con pennelli e olio.

Guardalo nel dipinto: colletto bianco immacolato, pinze d’argento in mano, sguardo che non fissa il cadavere ma qualcosa oltre – il futuro, forse, la sua gloria sicura. Non sta insegnando anatomia. Sta posando. Gli altri sette medici – paganti anche loro, ognuno aveva sborsato fiorini per essere immortalato – sono comparse. Tulp è il protagonista assoluto, la stella che oscura persino il morto sul tavolo.

Ma c’è un particolare che devi notare: Tulp sbaglia tutto. L’anatomia inizia sempre dal ventre, dalle budella che si gonfiano subito. Mai dal braccio. Rembrandt – su ordine di Tulp? per drammaticità? – dipinge muscoli e tendini esposti nel braccio sinistro del cadavere, come se fosse la prima parte dissezionata. Errore marchiano o scelta estetica? Probabilmente la seconda. Perché Tulp non voleva verità. Voleva bellezza, impatto, quella luce teatrale che fa brillare il corpo come un Cristo laico sul tavolo.

E poi venne il 1637. La bolla dei tulipani esplose. I prezzi crollarono, i bulbi non valevano più niente, migliaia di olandesi si ritrovarono rovinati. E Tulp? Tulp tolse l’insegna dalla casa sul Prinsengracht, nascose lo stemma col tulipano rosso, smise di vantarsi del suo nome. Si vergognava. Dopo anni di orgoglio, dopo essersi chiamato Fiore, il Dottor Tulipano preferiva non essere associato all’eccesso, alla follia collettiva che aveva travolto il suo simbolo.

Ma il nome restò. E il quadro anche.

Nel 1652, stremato dagli impegni politici e professionali, Tulp si dimise da praelector. Troppo lavoro, troppa visibilità, troppo poco tempo per godersi i fiorini accumulati. Nel 1673 entrò nel Comitato di Governo della Repubblica all’Aia. Morì un anno dopo, nel settembre 1674, a ottantuno anni, nella sua villa elegante, lontano dai tavoli anatomici e dai cadaveri puzzolenti.

Cosa resta di lui? La valvola intestinale che porta il suo nome, qualche trattato medico, quattro mandati da sindaco dimenticati. E soprattutto il quadro di Rembrandt: “La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp”, conservato al Mauritshuis de L’Aia, uno dei dipinti più famosi della storia.

Ironia perfetta: l’arrivista che voleva essere ricordato per la sua grandezza è ricordato per essere stato dipinto. Non per quello che fece, ma per come venne rappresentato. Non per il bisturi, ma per la posa. Il Tulipano che voleva sbocciare è diventato natura morta.

E il ladro sul tavolo – Adriaen Adriaensz, Het Kindt, morto per un cappotto – è più famoso di lui.

Liberamente ispirato a Waldemar Januszczak

Fatti storici verificati.