Capitolo 5 di 8
Nell’estate del 1912 Giacomo Balla è in Germania.
Ha quarant’anni, una moglie, delle figlie, e un lavoro da fare: è ospite di una famiglia benestante a Düsseldorf e deve decorare una casa. Fregi, pareti, quel genere di cose che un pittore fa quando la pittura deve anche mantenere qualcuno. È lontano da Milano, lontano dalle serate futuriste dove il pubblico tira monete e verdure, lontano da voi che state costruendo il rumore.
E lì, su un blocco da appunti, con le matite colorate e un po’ di tempera, comincia a disegnare triangoli.
Solo triangoli. Rosso arancio giallo verde azzurro indaco violetto, uno accanto all’altro, incastrati, ribaltati, ripetuti pagina dopo pagina con la pazienza di un impiegato che ricopia registri. Nessuna città, nessun operaio, nessun tram, nessuna folla, niente che si possa chiamare per nome. Sta disegnando la luce da sola, senza le cose che la luce illumina. E non riesce a smettere: ne fa decine, poi decine ancora, e continuerà per due anni.
Guardali bene, questi triangoli, perché è una cosa sola con la stanza di Roma di undici anni prima. Là insegnava a due ragazzi che il colore si spezza in punti. Qui il colore lo spezza ancora — ma non c’è più niente da ricomporre. Non c’è più il volto della signora, non c’è più il prato, non c’è più il soggetto che aspetta di riemergere dai puntini. Resta la luce e basta.
Ha smontato il mestiere fino all’ultimo pezzo, e poi non l’ha rimontato.
In una lettera di quel luglio scrive dei riflessi iridati sull’acqua, di come davanti a certe cose tutto diventi, per la qualità della luce, “più misterioso e velato”.
Misterioso e velato. Nel 1912, mentre a Milano si scrive che bisogna spazzare via la malinconia e sputare ogni giorno sull’altare dell’arte.
Quest’uomo sapeva dipingere qualunque cosa. Ritratti che le signore di Roma si contendevano, luce vera, mestiere pieno, una mano che non sbagliava. E a quarant’anni si mette in una stanza tedesca a fare triangoli come un bambino ostinato, chino su un blocco da pochi soldi.
Ci vuole più coraggio a gridare in piazza, o a buttare via l’unica cosa che ti riesce meglio di tutti?

