Tredici – Coda

Coda

Molti secoli dopo. Un uomo vecchio scrive per un lottatore che ha appena vinto.

Il Pugile in riposo, bronzo ellenistico, Palazzo Massimo alle Terme, Roma

Il Pugile in riposo, bronzo ellenistico — seduto, le mani ancora fasciate, la faccia rotta, la testa girata verso qualcuno che non vediamo.
Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme. Foto Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Lo scarto, dichiarato. Questo bronzo è molto più tardo di tutto il resto: ellenistico, secoli dopo Pindaro. Non c’entra niente con Olimpia del Quinto secolo. Sta qui per una sola ragione: è l’unica immagine antica che abbiamo di uno che ha appena finito e non ha vinto.

Passano quasi trecento anni ed è un uomo vecchio che scrive.

Scrive per un lottatore di un’isola piccola, uno che ha appena vinto e che a quest’ora starà bevendo con i suoi. Il vecchio ha fatto questo mestiere tutta la vita, le città più ricche se lo sono conteso. Adesso ha in mano l’ultima cosa che gli conosciamo. Invece di scrivere una festa scrive i vinti: quelli che tornano a casa rasente i muri, scansando la gente che li conosce, morsi dalla sconfitta. Scrive che le loro madri, quando li hanno visti arrivare, non hanno riso.

Poi scrive che siamo il sogno di un’ombra.

E subito dopo, come se gli scappasse, scrive che quando scende un bagliore dall’alto sugli uomini si posa una luce e la vita è dolce.

Trent’anni prima, lo stesso uomo aveva raccontato la notte di quel ragazzo al mare. L’aveva raccontata benissimo e l’aveva anche aggiustata: nella versione che girava prima di lui c’era una faccenda oscena a proposito di un padre e di un banchetto. Lui l’ha tolta e l’ha detto apertamente, io questa storia la racconto contro quelli di prima. Per rispetto degli dèi, ha spiegato.

Era un lavoro su commissione. Un signore di Sicilia aveva vinto una corsa di cavalli — non correva lui, correva il cavallo, si chiamava Ferenico — e voleva un canto. Voleva, immagino, che uno lo ascoltasse e pensasse a un ragazzo in riva al mare che chiede al dio di farlo passare alla storia.

A Olimpia, sul davanti di un tempio, li hanno messi tutti e due nella pietra. Il ragazzo e l’uomo che ammazza i pretendenti di sua figlia, uno di qua e uno di là, con in mezzo il dio grande che guarda. Stanno fermi. La corsa non è ancora cominciata: si sono appena giurati qualcosa, i cavalli sono lì che aspettano, nessuno si è ancora mosso.

E non si muoveranno.

Chi passa di lì oggi guarda in su, riconosce la scena o non la riconosce, poi va avanti. Sotto, da qualche parte, c’è ancora il fiume. E lungo una strada che nessuno percorre più ci sono tredici mucchi di terra bassi, alla stessa distanza uno dall’altro. Di quelli lì il canto non lo ha scritto nessuno.