Capitolo 4 di 5
Notte, mare grigio, nessuno intorno. Che cosa si può chiedere e a quale prezzo.
Il bronzo di Capo Artemisio, 460 a.C. ca. — ripescato in mare al largo dell’Eubea. Se sia Zeus o Poseidone si discute da sempre: manca l’oggetto che aveva in mano.
Museo Archeologico Nazionale, Atene. Foto Wikimedia Commons, CC0
Ci vado di notte, che è l’unica ora in cui uno può fare una cosa così senza vergognarsi.
Il mare è grigio. Non nero, grigio: quel colore che ha l’acqua quando non c’è luna e non c’è ancora niente all’orizzonte, un grigio vecchio, di cosa lavata troppe volte. Non c’è nessuno. Mi tolgo i sandali perché mi sembra che si debba, cammino fino a dove l’acqua arriva e riparte, resto fermo con i piedi dentro finché non smetto di sentire il freddo.
Poi lo chiamo.
Lo chiamo forte e mi sento ridicolo, perché la mia voce sopra tutto quel rumore d’acqua è una cosa da niente, un fischio. Lo chiamo di nuovo. Il mare continua a fare quello che stava facendo. Per un momento c’è tutta la vergogna del mondo addosso a un ragazzo che urla a un’onda.
E lui è qui.
Non arriva. È qui, vicino, così vicino che mi accorgo di essermi tirato indietro di mezzo passo. E la cosa che mi fa più paura non è quanto è grande: è la velocità. È venuto subito. Come uno che stava aspettando dietro la porta da parecchio, con la mano già sulla maniglia.
E allora capisco che non devo pregare.
Perché io e lui abbiamo qualcosa in mezzo, una cosa vecchia di quando ero al tavolo lungo e la luce non si spostava. Adesso quella cosa è l’unico bene che possiedo. Non ho cavalli. Non ho un padre di cui si possa dire il nome ad alta voce. Ho questo: che una volta lui mi ha guardato e gli è servito.
Glielo dico.
Glielo dico con le parole più semplici che trovo. E mentre lo dico so benissimo cos’è, questa cosa qui. È un ricatto. È tenero e sfacciato e non me ne vergogno abbastanza, gli sto presentando un conto, gli sto dicendo se ti è servito, adesso vale. Ferma la lancia di quell’uomo. Mettimi sul carro più veloce che hai. Portami di là e fammi vincere.
Ne ha ammazzati tredici, gli dico. E continua a rimandare le nozze di sua figlia.
E poi dico la cosa che stavo camminando verso tutto il giorno.
Che il pericolo grosso non si posa addosso a chi non vale niente. E che siccome si deve morire comunque — tutti, io, quelli sotto i mucchi, quelli che li hanno seppelliti — allora spiegami che senso ha restare seduti al buio a farsi crescere addosso una vecchiaia senza nome, senza aver mai avuto in mano niente di bello.
Lo dico e resto zitto.
E nel silenzio dopo, con l’acqua che va e viene sulle caviglie, mi arriva addosso l’altra cosa, quella che non avevo previsto: che chiedendo ho appena ammesso di non bastare.
Perché è questo, chiedere. Io voglio una gloria mia, voglio che dicano il mio nome. E per averla sto in piedi al buio davanti a qualcuno molto più grande di me a domandargliela in prestito. Se mi dice sì, mi dice anche che da solo non ce l’avrei fatta. Me lo dice per sempre.
E la voglio lo stesso.

