Tredici – 3. I mucchi lungo la strada

Capitolo 3 di 5

La strada dove si corre. Ciò che c’è ai lati e un vecchio che risponde a una domanda.

Figura di vecchio dal frontone orientale del Tempio di Zeus a Olimpia, con il pugno chiuso portato alla guancia

Frontone orientale del Tempio di Zeus a Olimpia, la figura seduta all’estremità: pancia molle, carne cadente, fronte segnata, e il pugno chiuso portato alla guancia. Sta dietro il carro e ha già visto come va a finire.
Museo Archeologico di Olimpia. Foto Angela Monika Arnold, CC BY 3.0

Il giorno dopo vado a vedere la strada.

Nessuno me l’ha detto di andarci. Ci vado perché voglio sapere dove si corre, quanto è lunga, dove gira, se c’è un punto in cui il terreno cede — le cose che uno si dice per non dirsi il resto. Parto che è ancora presto e cammino sul tracciato con il sole che mi arriva di fianco.

È bella, la strada. Larga, battuta, con la terra che è quasi bianca in certi tratti e ti si attacca ai piedi. Da una parte l’erba secca, dall’altra un filare di alberi bassi che qualcuno ha piantato lì apposta, chissà quando, chissà per chi.

E poi ci sono i mucchi.

Il primo lo scavalco quasi senza vederlo, credo sia terra che hanno tolto per fare qualcosa. Il secondo è uguale al primo. Il terzo è uguale al secondo. E allora mi fermo, mi giro indietro e li vedo tutti insieme allineati lungo la strada come pietre miliari, alla stessa distanza, con la stessa forma, ognuno con quella gobba bassa che ha la terra quando è stata mossa e poi lasciata stare.

Comincio a contarli e mentre li conto cammino più piano.

Uno. Due. Quattro. Sette.

C’è un vecchio seduto vicino al nono. Ha un otre e non sta facendo niente. Quando gli chiedo mi risponde subito, come se aspettasse da anni che qualcuno gli chiedesse. Quello lì, dice, veniva da lontano, aveva portato i cavalli suoi sulla nave, quattro cavalli buoni che poi il re si è tenuti. E suo padre è arrivato dopo, cinque giorni dopo, per riprendersi il corpo e portarselo a casa. Non gliel’hanno dato. Gli hanno detto che la regola era quella. Che restano qui.

Il vecchio dice questa cosa senza nessuna faccia particolare, si vede che l’ha detta molte volte. Poi beve.

Undici. Dodici.

Tredici.

Tredici volte un ragazzo si è toccato il mento una notte e ha sentito quella ruvidezza e ha pensato che a lui sarebbe andata diversamente. Tredici volte. Non uno, non due che si può dire sfortuna: tredici, che è un numero da mestiere, un numero che vuol dire che il sistema funziona.

E adesso io correrò sopra di loro. Perché è così che è fatta la strada: passa in mezzo. Le loro tombe sono i pali del percorso.

Rimango lì un pezzo. Poi la strada gira e più avanti, oltre gli alberi, si vede il mare.

Chi è il vecchio della foto. Nessuno lo sa. Quella figura è da sempre riconosciuta come uno dei capolavori del primo classicismo — l’apice dell’interesse di quegli anni per il pathos e per la coscienza — ma l’identità è contesa da un secolo e mezzo: è stata letta come Mirtilo, come uno stalliere, come una divinità locale, come Crono, come il pedagogo di Pelope. Qui la teniamo per quello che è: un vecchio che sa, e che non ha un nome.