Capitolo 2 di 5
Molto tempo prima. Una luce che non si spostava, un tavolo lungo e la colpa di un padre.
Zeus rapisce Ganimede, grande gruppo in terracotta, prima del 470 a.C. — un dio che porta via un ragazzo. La storia di Pelope comincia allo stesso modo, con un altro dio.
Museo Archeologico di Olimpia. Foto Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
C’è stato un posto dove tutto questo non succedeva.
Me lo ricordo a pezzi, come i sogni che restano solo negli odori. Una luce che non si spostava mai — questo soprattutto, la luce che non si spostava, nessuna ombra che si allunga sul pavimento, nessun pomeriggio che diventa sera. Un tavolo lungo. Mani che mi passavano qualcosa e io che lo prendevo senza chiedere cosa fosse, perché avevo l’età in cui non si chiede. E un uomo grande e serio, seduto lì in fondo, che ogni tanto smetteva di parlare con gli altri e guardava me.
Là nessuno invecchiava. Non è che fossero giovani: proprio non c’era, la cosa. Non esisteva il gesto di toccarsi la faccia per vedere com’è andata.
Poi mio padre ha preso una roba che non era sua e l’ha data in giro a gente come noi, per farsi bello. E a quel punto si sono ricordati chi ero.
Mi sono svegliato quaggiù. Non c’è altro modo per dirlo.
E quaggiù la faccia fa rumore sotto il pollice.

