Tredici – 1. La ruvidezza sotto il labbro

Capitolo 1 di 5

Prima dell’alba. Un ragazzo si sveglia diverso da come si era addormentato. E comincia a contare.

Kouros di Kritios, Museo dell'Acropoli di Atene

Kouros di Kritios, 480 a.C. ca. — il momento esatto in cui la scultura greca smette di stare sull’attenti e sposta il peso su una gamba sola.
Museo dell’Acropoli, Atene. Foto Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Mi tocco la faccia al buio e trovo una cosa che ieri non c’era.

Non è niente, davvero. Una ruvidezza sotto il labbro, verso il mento, che se ci passo il pollice al contrario fa un rumore piccolo, un rumore che sento solo io perché mi arriva da dentro l’osso. Lo rifaccio. Lo rifaccio ancora. È come toccare la sabbia bagnata quando si asciuga, quel momento preciso in cui smette di essere una cosa e diventa un’altra.

Resto seduto sul bordo del letto con la mano ferma sulla faccia e penso una cosa stupida: non gliel’ho chiesto io.

Nessuno mi ha avvisato. Il corpo ha deciso per conto suo, di notte, mentre dormivo. Domattina qualcuno se ne accorgerà e dirà qualcosa. Da quel momento sarò un’altra persona per tutti quanti, senza aver fatto niente per meritarmelo. Mi guarderanno come si guarda uno che adesso può. Che adesso deve.

Fuori si sente il mare, ma lontano, un respiro sotto le case. Più vicino, un cane che non sa cosa abbaia.

Faccio il conto. È la prima volta in vita mia che faccio questo conto e mi accorgo che è un conto che va all’indietro. Fino a ieri ogni anno che passava mi aggiungeva qualcosa — altezza, forza, il permesso di stare sveglio, il permesso di parlare quando parlano loro. Da stanotte no. Da stanotte ogni anno che passa toglie. Prende un pezzo di gamba e se lo porta via. Ne prende uno alla vista. Uno alla mano che tiene le redini — e quello lo prende per ultimo, ma lo prende.

E allora ho un tempo. Un tempo preciso, corto. Dentro ci sta la cosa che devo fare, qualunque sia. Fuori non ci sta più niente. E siccome non morirò subito, starò seduto da qualche parte a ricordarmela.

C’è una ragazza a Pisa che non ho mai visto in faccia da vicino.

La conoscono tutti e questo dovrebbe bastarmi a non pensarci. È promessa a chiunque, che è un altro modo per dire che non è promessa a nessuno: suo padre l’ha messa in mezzo come si mette una coppa alla fine di una corsa. Chiunque può provarci, chiunque, anche uno arrivato da fuori con niente in mano. Dicono che ha le braccia scure di sole e che sta dietro suo padre senza mai guardare dove guarda lui.

Continuo a passarmi il pollice sul mento, avanti e indietro, come uno scemo.