Capitolo 4 di 8
Umberto Boccioni, Studio per La città che sale, tempera su carta, 1910
Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra
Il primo sarà il tuo.
Un cantiere alla periferia di Milano, dove la città si mangia la campagna. E all’inizio quel quadro non si chiama nemmeno con il titolo glorioso che poi impareranno tutti a memoria: si chiama Il lavoro. Punto. Come la didascalia di una fotografia di giornale, come il cartello su una porta d’ufficio.
Diventerà La città che sale, e con quel nome finirà su ogni copertina di ogni manuale, e con quel nome starà a New York.
Ma prima c’è questo. Un foglio.
Ecco cos’è uno studio, e vale la pena dirlo perché ce lo dimentichiamo sempre: uno studio è il momento in cui l’artista non sa ancora se ce la farà. È il posto dove si può sbagliare. Dove si prova una cosa e la si abbandona, dove la mano corre e si ferma, dove non c’è nessun pubblico, nessun critico, nessun compagno di movimento che ti guarda per vedere se sei all’altezza dei proclami che avete firmato insieme.
Un manifesto è una promessa fatta in piazza. Uno studio è quello che fai da solo, di notte, per capire se la promessa la puoi mantenere.
Anche qui, chino su un foglio.

