Tredici – 2. Il tavolo lungo

Capitolo 2 di 5

Molto tempo prima. Una luce che non si spostava, un tavolo lungo e la colpa di un padre.

Zeus rapisce Ganimede, gruppo in terracotta dal Museo Archeologico di Olimpia

Zeus rapisce Ganimede, grande gruppo in terracotta, prima del 470 a.C. — un dio che porta via un ragazzo. La storia di Pelope comincia allo stesso modo, con un altro dio.
Museo Archeologico di Olimpia. Foto Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

C’è stato un posto dove tutto questo non succedeva.

Me lo ricordo a pezzi, come i sogni che restano solo negli odori. Una luce che non si spostava mai — questo soprattutto, la luce che non si spostava, nessuna ombra che si allunga sul pavimento, nessun pomeriggio che diventa sera. Un tavolo lungo. Mani che mi passavano qualcosa e io che lo prendevo senza chiedere cosa fosse, perché avevo l’età in cui non si chiede. E un uomo grande e serio, seduto lì in fondo, che ogni tanto smetteva di parlare con gli altri e guardava me.

Là nessuno invecchiava. Non è che fossero giovani: proprio non c’era, la cosa. Non esisteva il gesto di toccarsi la faccia per vedere com’è andata.

Poi mio padre ha preso una roba che non era sua e l’ha data in giro a gente come noi, per farsi bello. E a quel punto si sono ricordati chi ero.

Mi sono svegliato quaggiù. Non c’è altro modo per dirlo.

E quaggiù la faccia fa rumore sotto il pollice.

Tredici – 1. La ruvidezza sotto il labbro

Capitolo 1 di 5

Prima dell’alba. Un ragazzo si sveglia diverso da come si era addormentato. E comincia a contare.

Kouros di Kritios, Museo dell'Acropoli di Atene

Kouros di Kritios, 480 a.C. ca. — il momento esatto in cui la scultura greca smette di stare sull’attenti e sposta il peso su una gamba sola.
Museo dell’Acropoli, Atene. Foto Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Mi tocco la faccia al buio e trovo una cosa che ieri non c’era.

Non è niente, davvero. Una ruvidezza sotto il labbro, verso il mento, che se ci passo il pollice al contrario fa un rumore piccolo, un rumore che sento solo io perché mi arriva da dentro l’osso. Lo rifaccio. Lo rifaccio ancora. È come toccare la sabbia bagnata quando si asciuga, quel momento preciso in cui smette di essere una cosa e diventa un’altra.

Resto seduto sul bordo del letto con la mano ferma sulla faccia e penso una cosa stupida: non gliel’ho chiesto io.

Nessuno mi ha avvisato. Il corpo ha deciso per conto suo, di notte, mentre dormivo. Domattina qualcuno se ne accorgerà e dirà qualcosa. Da quel momento sarò un’altra persona per tutti quanti, senza aver fatto niente per meritarmelo. Mi guarderanno come si guarda uno che adesso può. Che adesso deve.

Fuori si sente il mare, ma lontano, un respiro sotto le case. Più vicino, un cane che non sa cosa abbaia.

Faccio il conto. È la prima volta in vita mia che faccio questo conto e mi accorgo che è un conto che va all’indietro. Fino a ieri ogni anno che passava mi aggiungeva qualcosa — altezza, forza, il permesso di stare sveglio, il permesso di parlare quando parlano loro. Da stanotte no. Da stanotte ogni anno che passa toglie. Prende un pezzo di gamba e se lo porta via. Ne prende uno alla vista. Uno alla mano che tiene le redini — e quello lo prende per ultimo, ma lo prende.

E allora ho un tempo. Un tempo preciso, corto. Dentro ci sta la cosa che devo fare, qualunque sia. Fuori non ci sta più niente. E siccome non morirò subito, starò seduto da qualche parte a ricordarmela.

C’è una ragazza a Pisa che non ho mai visto in faccia da vicino.

La conoscono tutti e questo dovrebbe bastarmi a non pensarci. È promessa a chiunque, che è un altro modo per dire che non è promessa a nessuno: suo padre l’ha messa in mezzo come si mette una coppa alla fine di una corsa. Chiunque può provarci, chiunque, anche uno arrivato da fuori con niente in mano. Dicono che ha le braccia scure di sole e che sta dietro suo padre senza mai guardare dove guarda lui.

Continuo a passarmi il pollice sul mento, avanti e indietro, come uno scemo.

Tredici – Prefazione

Prefazione

— fuori dal racconto —

Figure centrali del frontone orientale del Tempio di Zeus a Olimpia

Frontone orientale del Tempio di Zeus a Olimpia, 472-456 a.C. ca. — le figure centrali: Zeus in mezzo, Pelope e Enomao ai due lati.
Museo Archeologico di Olimpia. Foto Melissopetra, CC BY-SA 4.0

Nella Grecia del Quinto secolo avanti Cristo esisteva un mestiere che oggi non esiste più: si scrivevano canti per chi vinceva le gare.

Funzionava così. Un atleta vinceva a Olimpia, a Delfi, a Nemea o all’Istmo di Corinto — i quattro grandi appuntamenti dove si radunava tutto il mondo greco — e tornava a casa. Lì la sua famiglia commissionava a un poeta un componimento, che veniva poi eseguito in pubblico da un coro, cantato, con musica e passi di danza. Un’ode per la vittoria. Era un lavoro costoso e i poeti bravi se li contendevano le città più ricche.

Il più pagato di tutti era un tebano di nome Pindaro.

Nel 476 a.C. Ierone, signore di Siracusa, vince a Olimpia la corsa col cavallo montato. Non corre lui: corre il cavallo, che si chiama Ferenico. Ierone commissiona il canto. Quello che Pindaro consegna è l’ode che conosciamo come Olimpica prima. Ed ecco la cosa strana, quella da cui nasce tutto il resto: al centro del canto per Ierone, di Ierone non si parla quasi. Si racconta la storia di un ragazzo.

Il ragazzo si chiama Pelope. È figlio di Tantalo. Da bambino il dio del mare, Poseidone, se n’è innamorato e l’ha portato via con sé, a stare fra gli dèi. Poi il padre commette una colpa — ruba il cibo degli immortali e lo distribuisce ai suoi amici mortali — e gli dèi rispediscono il figlio quaggiù, fra gli uomini che invecchiano.

Cresciuto, Pelope vuole sposare Ippodamia, figlia di Enomao, il re che regna su Pisa, a due passi da Olimpia. Ma Enomao non vuole cederla: sfida ogni pretendente a una corsa di carri e uccide chi perde. Quando comincia la nostra storia ne ha già ammazzati tredici.

Pelope allora scende al mare di notte, tutto solo, per chiamare il dio che una volta lo aveva amato.

Vincerà. Sposerà Ippodamia, avrà sei figli. E la terra che conquista prenderà da lui il proprio nome: Peloponneso, l’isola di Pelope. La sua tomba stava a Olimpia, accanto all’altare più affollato del santuario — cioè esattamente lì dove Ierone, tre secoli e mezzo dopo, aveva appena vinto la sua corsa. Non è un caso: è il motivo per cui Pindaro sceglie questa storia e non un’altra. Chi ascoltava doveva pensare che il proprio signore somigliasse a un semidio.

Nessuno degli ascoltatori, quel giorno, ignorava una sola riga di tutto questo. Non erano lì per sapere come andava a finire. Erano lì per riconoscere.

Quello che segue è quella notte in riva al mare, raccontata dal di dentro: cinque capitoli e una coda. In fondo, dopo il racconto, una postfazione dice quello che c’è davvero nel testo greco, quello che ho aggiunto io e le domande che restano aperte.

Una nota sulla pietra. La scheda museale di quel frontone dà per scontato che Pelope vinca barando. È la versione che Pindaro rifiuta. Il marmo e il canto stanno nello stesso santuario, negli stessi decenni, e non sono d’accordo su chi fosse quel ragazzo. Non è un problema: è il punto.

Il vetro – 8. E allora, Giacomo

Capitolo 8 di 8

Tu che da Torino sei scappato a ventiquattro anni e ci sei tornato solo così, dentro un cassetto climatizzato, quando non potevi più accorgertene.

Tu che gli hai insegnato a spezzare la luce e poi hai seguito lui, il tuo allievo, mettendo la firma su una promessa scritta da altri in una stanza dove non c’eri.

Tu che sei rimasto fermo in una casa tedesca a fare triangoli mentre lui correva verso il rumore, e che per questo per un pezzo sei stato considerato quello meno importante, quello arrivato dopo, il maestro superato.

Tu che hai avuto sessantacinque anni più di lui, e li hai usati tutti.

Chi dei due ha corso di più?

Fine del racconto.

Torna all’indice Tutti i racconti

Il vetro – 7. Il vetro, di nuovo

Capitolo 7 di 8

Torino, adesso. Io in piedi davanti al vetro, dove ero all’inizio, ma adesso so.

So che sei morto il diciassette agosto del 1916 e che oggi sono passati centodieci anni e cinque giorni, e che nessuno in questa sala se ne ricorda, e che è giusto così, perché gli anniversari sono una cosa da giornali e tu i giornali li avresti usati per fare rumore, non per farti compiangere.

Giacomo Balla muore nel 1958, a Roma, a ottantasette anni. Ha fatto in tempo a vedere il futurismo nascere, vincere, andare a braccetto con un regime, invecchiare male, e finire dentro i manuali al capitolo sulle avanguardie storiche. Ha visto le sue Compenetrazioni essere ignorate per trent’anni e poi essere riscoperte da ragazzi che le trovavano modernissime, e che gli chiedevano come avesse fatto a pensarle così presto. Ha avuto tutto il tempo che a te è mancato.

E i vostri fogli sono qui, nello stesso palazzo, a pochi metri l’uno dall’altro. Al buio, per non consumarsi.

Il movimento che voleva demolire i musei conservato come si conserva una reliquia, cioè con la cura precisa che si riserva alle cose che non tornano più.