Nella Grecia del Quinto secolo avanti Cristo esisteva un mestiere che oggi non esiste più: si scrivevano canti per chi vinceva le gare.
Funzionava così. Un atleta vinceva a Olimpia, a Delfi, a Nemea o all’Istmo di Corinto — i quattro grandi appuntamenti dove si radunava tutto il mondo greco — e tornava a casa. Lì la sua famiglia commissionava a un poeta un componimento, che veniva poi eseguito in pubblico da un coro, cantato, con musica e passi di danza. Un’ode per la vittoria. Era un lavoro costoso e i poeti bravi se li contendevano le città più ricche.
Il più pagato di tutti era un tebano di nome Pindaro.
Nel 476 a.C. Ierone, signore di Siracusa, vince a Olimpia la corsa col cavallo montato. Non corre lui: corre il cavallo, che si chiama Ferenico. Ierone commissiona il canto. Quello che Pindaro consegna è l’ode che conosciamo come Olimpica prima. Ed ecco la cosa strana, quella da cui nasce tutto il resto: al centro del canto per Ierone, di Ierone non si parla quasi. Si racconta la storia di un ragazzo.
Il ragazzo si chiama Pelope. È figlio di Tantalo. Da bambino il dio del mare, Poseidone, se n’è innamorato e l’ha portato via con sé, a stare fra gli dèi. Poi il padre commette una colpa — ruba il cibo degli immortali e lo distribuisce ai suoi amici mortali — e gli dèi rispediscono il figlio quaggiù, fra gli uomini che invecchiano.
Cresciuto, Pelope vuole sposare Ippodamia, figlia di Enomao, il re che regna su Pisa, a due passi da Olimpia. Ma Enomao non vuole cederla: sfida ogni pretendente a una corsa di carri e uccide chi perde. Quando comincia la nostra storia ne ha già ammazzati tredici.
Pelope allora scende al mare di notte, tutto solo, per chiamare il dio che una volta lo aveva amato.
Vincerà. Sposerà Ippodamia, avrà sei figli. E la terra che conquista prenderà da lui il proprio nome: Peloponneso, l’isola di Pelope. La sua tomba stava a Olimpia, accanto all’altare più affollato del santuario — cioè esattamente lì dove Ierone, tre secoli e mezzo dopo, aveva appena vinto la sua corsa. Non è un caso: è il motivo per cui Pindaro sceglie questa storia e non un’altra. Chi ascoltava doveva pensare che il proprio signore somigliasse a un semidio.
Nessuno degli ascoltatori, quel giorno, ignorava una sola riga di tutto questo. Non erano lì per sapere come andava a finire. Erano lì per riconoscere.
Quello che segue è quella notte in riva al mare, raccontata dal di dentro: cinque capitoli e una coda. In fondo, dopo il racconto, una postfazione dice quello che c’è davvero nel testo greco, quello che ho aggiunto io e le domande che restano aperte.