Capitolo 7 di 8
Torino, adesso. Io in piedi davanti al vetro, dove ero all’inizio, ma adesso so.
So che sei morto il diciassette agosto del 1916 e che oggi sono passati centodieci anni e cinque giorni, e che nessuno in questa sala se ne ricorda, e che è giusto così, perché gli anniversari sono una cosa da giornali e tu i giornali li avresti usati per fare rumore, non per farti compiangere.
Giacomo Balla muore nel 1958, a Roma, a ottantasette anni. Ha fatto in tempo a vedere il futurismo nascere, vincere, andare a braccetto con un regime, invecchiare male, e finire dentro i manuali al capitolo sulle avanguardie storiche. Ha visto le sue Compenetrazioni essere ignorate per trent’anni e poi essere riscoperte da ragazzi che le trovavano modernissime, e che gli chiedevano come avesse fatto a pensarle così presto. Ha avuto tutto il tempo che a te è mancato.
E i vostri fogli sono qui, nello stesso palazzo, a pochi metri l’uno dall’altro. Al buio, per non consumarsi.
Il movimento che voleva demolire i musei conservato come si conserva una reliquia, cioè con la cura precisa che si riserva alle cose che non tornano più.

