Il vetro – 6. L’autocarro

Capitolo 6 di 8

Chievo, campagna di Verona, sedici agosto 1916.

Ti sei arruolato volontario, come per anni avevi chiesto che si facesse. Battaglione lombardo dei ciclisti e automobilisti: ci sono Marinetti, Russolo, Sant’Elia. Il futurismo va alla guerra che ha invocato. Poi il battaglione lo sciolgono e ti spediscono all’artiglieria da campagna, che vuol dire cavalli.

Esercitazione. Passa un autocarro. La cavalla che monti si spaventa, si imbizzarrisce, ti disarciona. Un piede resta impigliato e ti trascina.

Ti trova per terra una contadina.

Ecco: dopo tutti quelli che si sono chinati in questa storia — tu sul cavalletto a diciannove anni, Balla sul suo blocco a Düsseldorf, io su un vetro fra cent’anni — l’ultima a chinarsi è una donna che stava lavorando i campi. Cioè esattamente l’Italia che il futurismo voleva cancellare.

Muori il giorno dopo, all’ospedale militare di Verona. Trentatré anni. Non hai visto il fronte, non hai visto una trincea, non hai visto niente della guerra che avevi chiamato igiene del mondo.

Un cavallo e un camion, e in mezzo tu.