Capitolo 3 di 8
Undici aprile 1910, Milano. Esce il Manifesto tecnico della pittura futurista, stampato su una rivista che si chiama Poesia, e lo firmate in cinque: tu, Carrà, Russolo, Severini. E Balla.
Balla lo firma da Roma. Da lontano. Non era nella stanza dove è stato scritto, non ha discusso le virgole, non ha alzato la voce con nessuno. Mette la firma su un testo che gli è arrivato già fatto, come si firma la cambiale di un amico di cui ci si fida.
C’è una cosa di quel foglio stampato che nelle scuole non si dice, e che invece è il cuore di tutto.
Un manifesto racconta quello che farete. Non quello che avete fatto.
In quel momento, di voi cinque, nessuno ha ancora dipinto un solo quadro futurista. Nemmeno uno. Nemmeno piccolo. Avete promesso il futuro a una rivista, avete detto al mondo intero come si dipingerà d’ora in avanti, e poi siete tornati a casa. E il giorno dopo qualcuno di voi si è svegliato con la paura addosso, quella paura precisa che conosce chiunque abbia mai promesso una cosa più grande di sé.
Adesso qualcuno deve andare a bottega e dimostrarlo.

