Capitolo 2 di 8
Hai diciannove anni e sei appena arrivato a Roma dalla provincia, come tutti quelli che arrivano a Roma. Entri nello studio di un pittore che ne ha trenta e ti insegna una cosa che all’inizio sembra soltanto un trucco da bottega.
Il colore non si mescola. Si spezza.
Lo posi a punti, uno accanto all’altro, verde vicino a rosso, giallo vicino a viola, e non tocca a te ricomporlo: è l’occhio di chi guarda che fa il lavoro al posto tuo. Tu prepari la materia. Il senso lo fa l’altro. C’è dentro tutta una filosofia, ma nessuno dei due la chiama così — è solo il mestiere, e va imparato stando chini sul cavalletto per ore.
C’è un altro ragazzo con te a imparare, si chiama Gino Severini.
Il pittore che vi insegna è nato a Torino e se n’è andato a ventiquattro anni. Poche settimane all’Accademia Albertina, il tempo di capire che non gli serviva, e poi il treno per Roma. Si chiama Giacomo Balla, e in questo momento della storia è semplicemente un professionista bravo che sbarca il lunario con i ritratti.
Non ha la più pallida idea di cosa vi stia consegnando. Nessuno che insegna lo sa mai. Crede di passare un mestiere e sta passando un’arma, e quell’arma servirà — nel giro di nove anni — a rendere vecchio tutto quello che lui è.

