Il vetro – 6. L’autocarro

Capitolo 6 di 8

Chievo, campagna di Verona, sedici agosto 1916.

Ti sei arruolato volontario, come per anni avevi chiesto che si facesse. Battaglione lombardo dei ciclisti e automobilisti: ci sono Marinetti, Russolo, Sant’Elia. Il futurismo va alla guerra che ha invocato. Poi il battaglione lo sciolgono e ti spediscono all’artiglieria da campagna, che vuol dire cavalli.

Esercitazione. Passa un autocarro. La cavalla che monti si spaventa, si imbizzarrisce, ti disarciona. Un piede resta impigliato e ti trascina.

Ti trova per terra una contadina.

Ecco: dopo tutti quelli che si sono chinati in questa storia — tu sul cavalletto a diciannove anni, Balla sul suo blocco a Düsseldorf, io su un vetro fra cent’anni — l’ultima a chinarsi è una donna che stava lavorando i campi. Cioè esattamente l’Italia che il futurismo voleva cancellare.

Muori il giorno dopo, all’ospedale militare di Verona. Trentatré anni. Non hai visto il fronte, non hai visto una trincea, non hai visto niente della guerra che avevi chiamato igiene del mondo.

Un cavallo e un camion, e in mezzo tu.

Il vetro – 7. Il vetro, di nuovo

Capitolo 7 di 8

Torino, adesso. Io in piedi davanti al vetro, dove ero all’inizio, ma adesso so.

So che sei morto il diciassette agosto del 1916 e che oggi sono passati centodieci anni e cinque giorni, e che nessuno in questa sala se ne ricorda, e che è giusto così, perché gli anniversari sono una cosa da giornali e tu i giornali li avresti usati per fare rumore, non per farti compiangere.

Giacomo Balla muore nel 1958, a Roma, a ottantasette anni. Ha fatto in tempo a vedere il futurismo nascere, vincere, andare a braccetto con un regime, invecchiare male, e finire dentro i manuali al capitolo sulle avanguardie storiche. Ha visto le sue Compenetrazioni essere ignorate per trent’anni e poi essere riscoperte da ragazzi che le trovavano modernissime, e che gli chiedevano come avesse fatto a pensarle così presto. Ha avuto tutto il tempo che a te è mancato.

E i vostri fogli sono qui, nello stesso palazzo, a pochi metri l’uno dall’altro. Al buio, per non consumarsi.

Il movimento che voleva demolire i musei conservato come si conserva una reliquia, cioè con la cura precisa che si riserva alle cose che non tornano più.

Il vetro – 8. E allora, Giacomo

Capitolo 8 di 8

Tu che da Torino sei scappato a ventiquattro anni e ci sei tornato solo così, dentro un cassetto climatizzato, quando non potevi più accorgertene.

Tu che gli hai insegnato a spezzare la luce e poi hai seguito lui, il tuo allievo, mettendo la firma su una promessa scritta da altri in una stanza dove non c’eri.

Tu che sei rimasto fermo in una casa tedesca a fare triangoli mentre lui correva verso il rumore, e che per questo per un pezzo sei stato considerato quello meno importante, quello arrivato dopo, il maestro superato.

Tu che hai avuto sessantacinque anni più di lui, e li hai usati tutti.

Chi dei due ha corso di più?

Fine del racconto.

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